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Nota sui lavori parlamentari settimana dal 23 al 27 Novembre – Titti Di Salvo

Nota sui lavori parlamentari settimana dal 23 al 27 Novembre

By November 27, 2015 Lavoro parlamentare

Premessa

Nella settimana la Camera ha iniziato a votare la riforma costituzionale (ma la conclusione del voto sugli emendamenti presentati è prevista per la prossima settimana) e ha ratificato l’accordo con il quale si istituisce uno dei tre pilastri del Unione bancaria europea e cioè il Fondo di risoluzione unico (di cui più avanti il dettaglio).

Ma nella settimana si è anche registrata l’ennesima fumata nera per l’elezione dei tre giudici della Corte costituzionale.

Si tratta di un empasse istituzionale molto grave che merita il racconto delle dinamiche che da ultimo l’hanno caratterizzato. Per arrivare a superarlo è stato esperito il tentativo di un accordo della maggioranza con le opposizioni. In particolare il M5s aveva chiesto e ottenuto che prima del voto fosse comunicato il nome del candidato indicato dal partito democratico per sottoporlo al web e eventualmente aggiungerlo al loro candidato Franco Modugno. In realtà così non è andata. Contravvenendo all’accordo di metodo sancito, il nome di Augusto Barbera, costituzionalista di grande profilo indicato dal partito democratico, non è stato nemmeno sottoposto al web e rigettato perché “colpevole” in anni passati di essere stato parlamentare. E quindi per ciò stesso considerato non autorevole e indipendente. Il numero di voti necessari per l’elezione è di 570 e nella 28esima votazione nessuno dei candidati ha raggiunto quella quota nonostante sulla carta i voti potessero esserci e quindi nel voto segreto di nuovo si sono manifestati dissensi non esplicitati e presenti nei diversi partiti. Ma vedere il M5s festeggiare l’ennesima fumata nera come “vittoria morale” è veramente segno della grande confusione che nelle sue fila esiste sull’esercizio della funzione parlamentare. Da martedì 1 dicembre cominceranno le votazioni ad oltranza per sanare una seria ferita istituzionale.

Comunicazioni del Governo in vista della XXI Conferenza delle Parti (COP 21) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici

Tutte le forze politiche hanno espresso in aula preoccupazione per i cambiamenti climatici in atto e per gli impatti che si stanno già producendo. L’obiettivo del Governo per la Conferenza che si terrà a Parigi è di raggiungere un accordo globale vincolante di riduzione delle emissioni, che consenta di restare al di sotto dei 2 gradi di aumento della temperatura media globale, il che significa un impegno di tutti, Italia e Unione europea in testa, a definire il percorso di decarbonizzazione e di riduzione delle emissioni di gas serra, con tempi certi, tappe definite e impegni precisi, in modo da riuscire a garantire che non si superi quella soglia, oltre la quale gli scienziati non riescono più a prevedere gli impatti che ci sarebbero sulla nostra vita sul pianeta terra. Un’elemento molto importante è che sono coinvolti i grandi emettitori, come Stati Uniti e Cina. Infatti il 93 per cento delle emissioni globali sono rappresentate dai Paesi che hanno presentato un proprio contributo nazionale contro il 12 per cento della conferenza di Kyoto. Altro punto all’ordine dei lavori è il sistema di monitoraggio e di revisione periodica degli obiettivi, ogni tre o ogni cinque anni. Una delle qualità principali che dovrà essere garantita dal negoziato è quella della trasparenza, dell’affidabilità; la fiducia reciproca tra i Paesi che sottoscrivono l’impegno è uno degli elementi essenziali per il successo finale. L’Europa arriva, insieme all’Italia, a questa Conferenza di Parigi con un mandato forte che è frutto del pacchetto clima energia al 2030, approvato nell’ottobre 2014, durante il semestre di presidenza italiana del Consiglio dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione europea.

Disegno di legge di ratifica: Accordo sul trasferimento e la messa in comune dei contributi al Fondo di risoluzione unico (Approvato dal Senato) (A.C. 3449)

Il disegno di legge accolto consente la ratifica dell’Accordo Internazionale Intergovernativo, per la costituzione del Fondo Unico di Risoluzione (SRF), che rappresenta l’attivazione di uno dei tre pilastri sui quali si fonda l’Unione bancaria europea. La risposta europea per mettere in sicurezza il sistema bancario europeo, infatti, si compone di tre mosse in cui si conferiscono alla Banca Centrale Europea (BCE) una serie di poteri: il Single Supervisory Mechanism (SSM) – il meccanismo comune a livello di area euro di monitoraggio delle vulnerabilità del sistema bancario; l’approvazione di un corpus normativo europeo (il cosiddetto Codice Unico) che uniformi i requisiti patrimoniali delle banche, i sistemi di garanzia dei depositi e la gestione delle banche in dissesto; infine il Single Resolution Mechanism (SRM) con il quale si adotterà una più efficace gestione centralizzata delle procedure di risoluzione delle banche in crisi, affidata ad una autorità unica. Ed è proprio il terzo passaggio quello che è stato approvato, il sistema di risoluzione unico. Il Sistema di risoluzione unico dovrà assicurare la liquidazione ordinata – in caso di crisi – delle banche di maggiore dimensione, per le quali sarà necessario l’intervento del Fondo di risoluzione europeo. Il nuovo assetto europeo di risoluzione delle crisi bancarie ha l’obiettivo di essere meno costoso per i contribuenti, di attenuare i rischi per i correntisti. Su punta prima di tutto alla costituzione di un meccanismo comune europeo, in un settore delicato e fondamentale come il credito. L’accordo è stato firmato da 26 Stati dell’Unione. Svezia e Regno Unito hanno preferito restare fuori per ragioni interne e, nel caso di Londra, per la singolare rilevanza e importanza del settore finanziario nell’economia del Paese. La costituzione del Fondo unico e quindi l’operatività del Sistema di risoluzione delle crisi garantirà – oltre una maggiore solidità delle banche e la loro capacità di superare future crisi nonché una minore frammentazione del mercato – il rispetto di uno dei principi portanti dell’Unione bancaria, quello secondo cui il costo dei dissesti bancari deve gravare sul settore finanziario e non sui contribuenti e sui bilanci pubblici. Si tratta dello stesso principio utilizzato, anche a livello nazionale, nei recentissimi interventi a sostegno di alcune aziende creditizie del nostro Paese e di una regola che, oltre a rafforzare i bilanci pubblici e il debito sovrano, spingerà a una maggiore prudenza da parte del sistema finanziario nella gestione del rischio e negli investimenti speculativi. Quindi una maggiore tutela e difesa dei cittadini.

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