Dichiarazione di voto su Documento di economia e finanza

By May 7, 2013Lavoro parlamentare
Il gruppo di Sel voterà contro la risoluzione presentata per due ragioni. Una strada SbagliataPerché il Documento di economia e finanza che abbiamo di fronte indica una strada sbagliata per l’uscita dalla crisi. E’ vero che questo Def è stato preparato dal precedente governo e che il nuovo si è impegnato ad una Nota di aggiornamento. E’ altrettanto vero però che la risoluzione che oggi viene votata e le dichiarazioni del ministro Saccomanni rivendicano la continuità rispetto a quella direzione di marcia e dunque per questa seconda ragione non possono trovare il nostro voto favorevole.

Al sesto anno dall’inizio della crisi l’Italia, ci dice la Commissione europea, è l’unico Paese dell’eurozona in cui si registra il peggioramento di tutti gli indicatori economici e sociali e ciò stesso è il segno degli errori.

Il rapporto Istat/Cnel sul Benessere equo e solidale. Aggiunge che in questi anni persi ad inseguire il mito dell’austerità, l’Italia è diventato nell’Unione Europea il paese in cui vi è stato il più forte aumento della disoccupazione generale, particolarmente di giovani e donne, più forte diminuzione della produttività. Quello dove cresce in assoluto la povertà e il disagio, dei singoli e delle famiglie, dei bambini e delle bambine, e dove la coesione sociale è maggiormente a rischio.

Ci sono ragioni, responsabilità ed errori per tale primato. Non semplicemente il poco tempo tra le riforme attuate e i loro effetti positivi. E la prima responsabilità consiste nella rinuncia  ad affrontare  i nodi strutturali del sistema economico italiano per ragioni ideologiche. Nodi che la crisi ha fatto esplodere ma che erano preesistenti:

l’assenza di investimenti in ricerca, innovazione istruzione; la dimensione delle imprese; il modello di specializzazione produttiva a bassa intensità tecnologica e che insiste in settori più esposti nella concorrenza internazionale, Il divario Nord Sud; la corruzione e illegalità, l’assenza di politica industriale, l’esclusione delle donne dal mercato del lavoro e dalle classi dirigenti, lo stesso carattere familista della classe imprenditoriale italiana. Ma anche la precarizzazione del lavoro e la scelta di competere sui costi hanno abbassato la competitività del sistema e hanno escluso una intera generazione. Ma privarsi delle conoscenze  della energia di un’intera generazione di per se nega al Paese il suo futuro.

Si sono passati anni ,ancora negli ultimi mesi a discutere di art.18 anziché di piano energetico e energia rinnovabili, di regole del mercato del lavoro anziché di politiche pubbliche per stimolare iniziative private verso la crescita sostenibile dell’economia. Di come aumentare l’età pensionabile e accorciare la durata degli ammortizzatori sociali mentre la crisi mordeva di più e aumentavano la chiusura delle imprese e con essa la disperazione degli imprenditori e dei lavoratori. E’stata allungata l’età pensionabile delle donne mentre si scaricava su di loro il peso della cura di figli genitori famiglie, si tagliavano i fondi per la non autosufficienza.

Bisogna dunque scegliere una nuova direzione di marcia verso una diversa politica economica per uscire dalla crisi. Una politica economica che si misuri con i nodi veri, al netto dell’ideologia dell’austerity europea  alimentata da due miti, rivelatesi falsi tanto sul piano culturale come su quello scientifico: quello  austerità espansiva da una parte e della fatidica soglia del rapporto tra debito e Pil dall’altra come principi assoluti, ispiratori e regolatori delle politiche economiche di gran parte dei governi in Europa dinanzi alla crisi e del fiscal compact.

Ne ha parlato con grande efficacia proprio nei giorni scorsi il premio Nobel Paul Krugman, che ricorda come viene proposta come oggettiva scienza economica un punto di vista.

Le diseguaglianze sono l’elemento costitutivo della crisi ci dice Krugman.

Anche la Commissione di Alto Livello insediata da Sarkozy e presieduta da Stiglitz era giunta alla conclusione che le diseguaglianze sono elemento costitutivo della crisi e che dunque la loro rimozione deve risultare in cima alla “agenda” tanto della tecnica quanto della politica.

Quella diseguaglianza di cui ieri l’Istat ci riferisce l’aumento fotografando l’andamento “marcatamente negativo” della domanda interna (- 2 punti percentuali al netto delle scorte), del tasso di disoccupazione che sfiora il 12% (+ 1.2 punti percentuali rispetto all’anno scorso)e sappiamo che quella percentuale sfiora il 40 per cento al sud, ci parla del calo della spesa dei consumi con la spesa delle famiglie che conoscerà quest’anno una contrazione dell’1.6% per effetto della diminuzione del reddito disponibile .Mentre dunque la crisi corre noi ci ritroviamo, ad inizio di legislatura, a dover discutere di un Documento che guarda ad un passato pieno di errori tecnici, politici e culturali e giustifica le scelte compiute sostenendo che gli effetti positivi della tecnica al governo siano solo “questione di tempo”.

La discussione di ieri così come quella della Commissione speciale e le audizioni delle parti sociali degli enti locali hanno tutte espresso la stessa preoccupazione per la drammaticità della situazione.

Eppure non sono sicura che diciamo tutti le stesse cose.

Comune è la richiesta forte all’Europa perché comprenda e cambi quella austerità che sta cancellando il modello sociale e alimenta un forte sentimento di ostilità, populismi, disperazione.

Ma nelle scelte nazionali abbiano trovato in questi anni entusiasti sostenitori di quelle stesse teorie economiche.

La consapevolezza della realtà di oggi si deve tradurre in scelte differenti per il futuro. Nella emergenza e nella scelta di una diversa politica economica di cambiamento rispetto a quella che abbiamo alle spalle.

Il Presidente del Consiglio Letta invitava a distinguere  tra politica, cioè visione del futuro, e politiche cioè scelte dell’emergenza: ma le politiche se non sono guidate da una visione rischiano di essere totalmente ininfluenti rispetto alla crisi. Per questo non abbiamo espresso la fiducia al Governo. E per questo continueremo a tenere insieme la politica e le scelte politiche.

Il governo ha annunciato un decreto urgente per rifinanziare la cassa integrazione  in deroga. Ricordo che il 16 aprile abbiamo chiesto al governo di riferire con urgenza proprio su questo. Ricordo anche la necessità di rinnovare i contratti in scadenza della P.A. e  la salvaguardare gli esodati.

Per farlo in modo strutturale come pure il Presidente Letta ha detto bisogna cambiare le 2 leggi che li creano strutturalmente allungando l’età pensionabile e accorciando gli ammortizzatori sociali.

Non è la precarietà del lavoro che fa aumentare la produttività delle imprese ma come dice l’Ocse è la precarietà che fa abbassare la produttività delle imprese e di sistema. Allora perché di nuovo si riapra oggi un nuovo capitolo sulle regole del mercato del lavoro e la discussione sulle causali per attivare i contratti a termine anziché quello sul valore del lavoro attraverso l’eliminazione delle 46 tipologie contrattuali francamente non riusciamo a capirlo.

Se l’esclusione delle donne dal mercato del lavoro e dalla vita pubblica è uno de problemi strutturali delle democrazia italiana e dell’economia non basta la citazione del capitolo, che si ripete ad ogni insediamento di un nuovo governo. Il lavoro delle donne produce ricchezza, il 7 per cento in più del Pil dice Banca d’Italia se si raggiungono i livelli di occupazione di Lisbona perché produce domanda di beni e sevizi e altro lavoro per altre donne.

Noi chiediamo che subito diventi la priorità. Dicendo: con i tagli ai finanziamenti dei sistemi d’arma si finanzi la costruzione degli asili.

Se l’investimento in ricerca università istruzione è la via maestra, non basta smettere di tagliare: bisogna investire e questo è l’investimento prioritario.

E’ qui che si forma la coscienza civica e qui che comincia l’educazione sentimentale contro la violenza sul corpo delle donne e il femminicidio.

Chiediamo allora che si innalzi subito l’obbligo scolastico a 18 anni .

Se la priorità è il lavoro, noi chiediamo un piano straordinario per il lavoro: un piano verde per il lavoro con investimenti pubblici che orientano investimenti privati verso la messa in sicurezza del territorio e  delle scuole, l’efficientamento energetico degli immobili, la cura e la valorizzazione del paesaggio e dei beni culturali, l’agricoltura multifunzionale.

E chiediamo che il piano verde per il lavoro cominci dall’Aquila si misuri con la rinascita dell’Aquila, della sua vita del suo patrimonio artistico.

Se la via maestra per uscire dalla crisi è il superamento delle diseguaglianze e la redistribuzione della ricchezza chiediamo di spostare il peso fiscale da lavoro dalle pensioni dal costo del lavoro dalla tassazione sulla prima casa alle rendite e ai grandi patrimoni e un reddito minimo per sostenere l’autonomia delle persone che è il fondamento della democrazia.

Di questo stiamo parlando oggi di fronte alla crisi.

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